
In fila al supermercato, al distributore, davanti al pediatra: è lì che il “valore” del lavoro cambia volto. I fringe benefit non sono più un extra: entrano nelle vite reali, aiutano a chiudere il mese e accorciano la distanza tra stipendio e spesa quotidiana.
Capita di parlarne in pausa caffè. “Quest’anno i buoni spesa mi hanno salvata”, mi ha detto Sara, 38 anni, impiegata. Una parte finisce al supermercato, un’altra al carburante, il resto per un acquisto sull’e-commerce quando il frigo è mezzo vuoto e il portafogli pure. È un racconto semplice, ma dice il punto: il welfare aziendale oggi è una seconda busta paga.
Non è una sensazione. Il Report Welfare di Randstad 2025 fotografa un salto di scala. Il valore dei fringe benefit cresce del 34% rispetto al 2024 e di oltre sei volte dal 2021. Sono ormai il 74% del credito welfare utilizzato e il 91% degli ordini. Parliamo di 370 mila transazioni analizzate, più di 40 milioni di euro erogati, ticket medi intorno ai 110 euro. Numeri asciutti, effetto concreto.
Il valore dei fringe benefit
I lavoratori usano soprattutto gli “acquisti”: 84% della spesa totale, 96% degli ordini. Qui dominano i buoni acquisto (83% del valore in questa sezione). Le tre destinazioni regine non sorprendono: supermercati al 29%, e-commerce al 27%, carburante al 18%. Ma non tutto è emergenza: il 14% va in viaggi e vacanze, un 2% in tempo libero. Ci sono quote minori per spese mediche (1%) e formazione (1%), segnali di un uso più personale e sfaccettato.
Il ruolo dei rimborsi
I rimborsi contano “solo” il 13% del valore, ma muovono scontrini più alti e scelte strutturali. Un quarto è sanità (24%), un altro quarto è scuola (26%), poi università (13%) e asili nido (6%). A seguire, la vita di ogni giorno: abbonamenti ai trasporti (5%), utenze domestiche tra energia (5%) e gas (4%), baby-sitter (6%) e assistenza (3%). Il resto, i “versamenti”, si ferma al 3%: poco frequenti, ma utili a pianificare.
Questo uso quotidiano racconta un cambio di paradigma. I fringe benefit non sono più il premio di Natale, ma una componente stabile del reddito. E quando ogni euro conta, la semplicità vince: un codice al volo sul telefono, la spesa pagata, la benzina fatta. È efficienza, ma è anche psicologia: il sollievo di ridurre le bollette, di prenotare una visita, di iscrivere tua figlia al corso senza fare i conti tre volte.
Cosa dicono i numeri (e perché contano)
I dati arrivano da un operatore che gestisce piani su larga scala e offrono una fotografia affidabile del comportamento d’uso. L’ampiezza del campione, la crescita coerente su più anni, la concentrazione su bisogni essenziali rafforzano l’idea che il welfare aziendale stia diventando infrastruttura sociale, non semplice benefit.
Il vantaggio che torna indietro
Il quadro fiscale spinge nella stessa direzione. Le soglie di esenzione sono fissate a 1.000 euro per tutti e a 2.000 euro per chi ha figli a carico fino al 2027. Tradotto: vantaggi fiscali veri, cuneo azzerato su queste somme, più valore netto in tasca ai dipendenti. E per le aziende? Un modo efficace per riconoscere merito, sostenere il potere d’acquisto e, insieme, attrarre e trattenere talenti con strumenti agili.
Torniamo allora a Sara. Alla pompa che scatta sul prezzo, alla cassiera che batte l’ultimo prodotto, al pediatra che ti guarda il bambino e dice “va tutto bene”. Il welfare che funziona si vede lì. E tu, il prossimo buono spesa, dove lo userai per sentirti davvero un po’ più leggero?