Ingiustizia in Tribunale: Ignorata la Patologia Psichiatrica di Mario Roggero, l’Avvocato Rapinatore

Un’aula di giustizia, un uomo che vacilla, una diagnosi che parla chiaro e una sentenza che sembra non ascoltarla. In mezzo, la domanda che ci riguarda tutti: quanto spazio diamo alla mente quando giudichiamo un reato?

Nota al lettore: i dettagli del caso provengono da dichiarazioni di parte e non sono tutti verificabili in modo indipendente. Per tutelare le persone coinvolte evito nomi completi e tratto i fatti come ricostruzione contestata.

Quando il tribunale non ascolta la mente

Capita di leggere sentenze e sentire un brivido. Non per il reato, ma per ciò che manca. Qui manca il peso di una patologia psichiatrica. Un avvocato, che chiamerò Mario, dopo una prima aggressione subita ha iniziato a manifestare un disturbo importante. Crisi, insonnia, ipervigilanza. La perizia del Tribunale – così sostiene la difesa – lo ha riconosciuto. Eppure la sentenza non ne avrebbe tenuto conto, allineandosi alla richiesta del pubblico ministero. È qui che nasce l’odore di ingiustizia.

Non serve essere tecnici per capire il nodo. Nel nostro ordinamento, la capacità di intendere e di volere è il cuore della responsabilità penale. Se la mente è ferita, lo dice l’art. 88 c.p. (vizio totale) o l’art. 89 c.p. (vizio parziale), si apre uno spazio diverso: misure di cura, riduzioni di pena, percorsi di trattamento. Il giudice non è obbligato a seguire l’esperto, è vero; ma quando si discosta da una consulenza qualificata, deve motivare in modo chiaro, non con frasi di rito. La giurisprudenza lo ripete: libertà di valutazione sì, ma con argomenti solidi, controllabili, trasparenti.

La verità è che la malattia mentale non assolve nessuno in automatico. Non è uno scudo. È un contesto. Un elemento che cambia la mappa degli eventi: intensità dell’ansia, reazioni sproporzionate, memoria a brandelli. Se lo togli dal quadro, l’immagine inganna.

L’eco che lascia una sentenza

Immaginate di entrare in un bar e sentir parlare di questo caso. Ognuno ha un pezzo di storia da aggiungere: chi difende la linea dura, chi ricorda un fratello con attacchi di panico, chi ha visto un amico crollare dopo una rapina subita. È lì che capisci che la giustizia vive anche fuori dalle aule. Vive nella fiducia. E la fiducia nasce quando si vede considerato tutto: il fatto, la persona, la sua fragilità, la sua responsabilità.

Gli atti clinici non sono carezze. Sono strumenti. Tra cartelle, diagnosi e test, la perizia psichiatrica offre al giudice una bussola: non dice “assolvi”, dice “valuta meglio”. In casi analoghi, i tribunali hanno disposto percorsi terapeutici, misure di sicurezza, piani di cura abbinati alla pena. È un modo per tenere insieme due parole scomode ma necessarie: tutela e danno. La comunità va protetta. Anche chi ha agito va curato, se è malato. Non c’è contraddizione: c’è civiltà.

In questa vicenda, la frizione è evidente: la perizia – secondo chi contesta la decisione – riconosce un disturbo sviluppato dopo la prima aggressione; giudice e pm non lo valorizzano. Se è davvero così, manca un tassello decisivo: una motivazione forte, che spieghi perché la testa e il cuore di quel giorno non pesano sulla bilancia. Senza quella spiegazione, resta l’idea che la giustizia si sia tappata le orecchie proprio quando serviva ascoltare.

Forse la domanda, alla fine, è semplice: vogliamo un diritto che punisce soltanto, o un diritto che capisce per punire meglio? La prossima volta che incrociamo uno sguardo teso in metropolitana, potremmo pensarci: quanto di ciò che giudichiamo è visibile, e quanto resta nel buio della mente?