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Attilio Fontana Critica il Viminale: ‘Ingiusta Assegnazione di Soli 180 Nuovi Agenti alla Lombardia’

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Una regione che corre, una città che non dorme, pattuglie che cambiano turno all’alba. In questo fotogramma di Lombardia quotidiana si accende una scintilla: bastano davvero 180 uniformi in più per tenere il passo?

Di giorno i mercati, la folla davanti ai musei, i tram pieni. Di sera i Navigli, San Siro quando gioca, la settimana della moda che dilata gli orari. La sicurezza qui è fatta di presenza, ascolto, prevenzione. Non c’è solo la cronaca nera: ci sono anche gli interventi rapidi nei quartieri, le indagini digitali, le scorte agli eventi. Dentro questa routine frenetica si misura l’ossatura degli organici.

Le cifre contano. La Lombardia supera i dieci milioni di abitanti. Milano è spesso in cima alle classifiche per reati denunciati pro capite, dato influenzato anche dall’alta propensione a denunciare e da flussi enormi di pendolari e turisti. Malpensa e Linate aprono e chiudono porte sul mondo. Fiere, concerti, partite, cortei: ogni settimana ha il suo picco. Le forze in campo non sono solo la Polizia di Stato: ci sono Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizie locali. Ma la coperta resta corta quando i turni si sommano e i pensionamenti corrono.

Cosa c’è in gioco per la Lombardia

Il nodo è pratico prima che politico. La ripartizione nazionale dei nuovi agenti tocca anche gli altri territori, molti dei quali reclamano carenze storiche. Al momento non risultano pubblici i criteri tecnici completi di assegnazione. In genere pesano popolazione, trend dei reati, età media del personale, presenza di frontiere e grandi hub. Senza guardare oltre il Ticino, però, il delta tra domanda e offerta di sicurezza qui si sente sulla pelle: pensiamo alle stazioni nelle ore di punta, ai presìdi nei commissariati di periferia, alle udienze delicate in tribunale.

È in questo contesto che arriva la decisione del Viminale: alla Lombardia spettano “soli 180 nuovi agenti”. Il presidente regionale Attilio Fontana contesta la scelta, la definisce “ingiusta” e chiede di rivedere la quota. Il punto non è solo il numero in sé, ma l’effetto reale sul territorio. Centoottanta divisi tra questure e specialità possono voler dire una manciata di unità per provincia. Pochi per rimettere a regime volanti, investigativa e uffici immigrazione, dove le file si allungano. Restano inoltre incerti i tempi di presa servizio: tra corso di formazione e assegnazioni, l’impatto non è immediato.

La replica attesa e gli scenari

Il Ministero dell’Interno potrebbe difendere la scelta ricordando esigenze acute altrove: porti d’ingresso, aree di frontiera, città con tassi di criminalità emergenti. Il dibattito è legittimo e, in parte, salutare: costringe a mettere in fila priorità e a chiedere trasparenza sui dati. Intanto i sindacati di polizia parlano da anni di carenze a quattro zeri a livello nazionale, con turn over e usura del personale. Anche per questo i concorsi in corso e le prossime immissioni hanno un peso che va oltre la cronaca del giorno.

Poi c’è la vita vera. Un pattugliamento a piedi in una via commerciale può disinnescare conflitti minimi prima che esplodano. Un agente in più in sala operativa riduce i tempi di risposta. Un’équipe di prossimità in una scuola fa prevenzione vera. La tecnologia aiuta, ma non sostituisce la relazione. E il cittadino se ne accorge subito: dalle luci blu che arrivano in pochi minuti al volto che conosce il quartiere per nome.

Alla fine la domanda resta semplice e scomoda: quanti agenti servono perché una madre che rientra tardi tiri il fiato, perché un negoziante alzi la saracinesca sereno, perché una notte d’estate resti solo una notte d’estate? Forse la risposta non è un numero secco. Forse è un equilibrio da ritrovare, turno dopo turno, strada dopo strada. In quanti siamo davvero, stasera, a presidiare quell’angolo di città che chiamiamo casa?

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