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Alfonso Signorini denuncia: Omofobia e ipocrisia, il silenzio degli amici mi ha ferito di più

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Una voce che torna dopo mesi di assenza. Un uomo che racconta la solitudine, il frastuono, i messaggi non letti. La storia di Alfonso Signorini oggi parla di tempeste pubbliche e di ferite private: di come si sopravvive quando la fiducia si sbriciola e la stanza più rumorosa diventa il silenzio degli amici.

All’inizio c’è una stanza chiusa. Lui racconta di essersi costruito una bolla. Scelta di difesa, non di fuga. Quando la gogna mediatica ti schiaccia, smetti di pianificare la settimana e impari a contare le ore. È la postura di chi resta fermo sotto la pioggia, aspettando che passi.

Non entriamo nel merito dell’inchiesta giudiziaria: i dettagli non sono pubblici e non ci sono elementi definitivi. Sappiamo però che sono passati mesi dall’esplosione del caso e che, da quattro, Signorini si è ritirato dalle scene. Questo è un dato. Un altro dato, umano, è la traccia che lascia una crisi: taglia rapporti, rende spigolose le cose semplici, fa cambiare il modo in cui guardi il telefono.

E qui entra il cuore del racconto. Il conduttore confessa che non si considera un santo. Non chiede assoluzioni. Ma nomina due parole che bruciano: omofobia e ipocrisia. La prima, dice, è stata “mostruosa”. La seconda ha avuto il volto del silenzio: persone che si definivano “fratelli” e “amici” improvvisamente mute. È un’accusa forte. È, soprattutto, la forma più comune del tradimento: non quello rumoroso, ma quello che toglie la sedia quando stai per sederti.

Nel paese, il quadro non aiuta. L’Italia resta indietro sulle tutele LGBTQ+ e il dibattito pubblico si accende a intermittenza. I reati d’odio a sfondo omotransfobico vengono registrati ogni anno dalle autorità competenti e, negli ultimi anni, hanno mostrato una tendenza preoccupante. Il tentativo di rafforzare le protezioni con una legge ad hoc si è arenato. Sono fatti verificabili, al netto delle opinioni. In questo scenario, il racconto di chi vive un attacco personale non suona isolato, ma parte di una mappa più ampia.

Il peso del silenzio

Il silenzio degli amici non è solo mancanza di parole. È una presa di posizione. Tu bussi, nessuno risponde. E ti chiedi: “Dove sono finiti tutti?”. Chi è passato per un linciaggio online lo sa: all’inizio arrivano i like, poi le scuse, infine il vuoto. Si chiama paura di “sporcarsi”, di finire nel raggio dell’odio. Ma c’è anche una quota di ipocrisia: quando la tempesta finisce, riappaiono le frasi affettuose, come se niente fosse. E quella porta, una volta chiusa, non torna più la stessa.

Odio, media e responsabilità pubblica

C’è un nodo che riguarda tutti: come parliamo di chi cade. Un volto noto vive l’errore o l’inchiesta a volume altissimo. Ogni parola pesa, ogni silenzio pure. È giusto pretendere responsabilità da chi ha visibilità. È altrettanto giusto pretendere responsabilità da chi racconta e da chi commenta. Il giornalismo ha strumenti per distinguere fatti e fango; i social, molto meno. E non serve appartenere a una minoranza per capire che la discriminazione trova sempre una scusa.

Signorini oggi rivendica la propria dignità. Non chiede medaglie, chiede di chiamare le cose col loro nome. Qui c’è spazio per un gesto semplice e raro: dire “ti ascolto” anche quando non conviene. Forse è da lì che ricomincia la fiducia, non dai comunicati ma dalle stanze piccole. E allora la domanda è questa: nella prossima tempesta, da che parte della porta vogliamo stare?

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